Padiglione Parco della Trucca

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Concorso Padiglione Parco della Trucca

Bergamo, Italia

2016

progetto: OKAM Studio (M. Bonetti, L. Cerinza Pettreca, E. M. Munaretto, C. Rossi), M. Lameri, L. Pirola.

consulenti: F. Arrigoni, A. Battaglini, L. Calegari, R. Grazioli, C. Locatelli.

cliente: Comune di Bergamo

programma: Concorso internazionale, con procedura aperta, per la progettazione di una struttura polivalente per somministrazione di alimenti e bevande presso il parco del Nuovo ospedale di Bergamo in località “alla Trucca”.

superficie: 300 m²

budget: 360.000 €

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La ricerca

Il progetto assume il compito di ridisegnare interamente il tassello di pertinenza. Considera la necessità di determinare con precisione la relazione fra l’attrezzatura richiesta e lo spazio di pertinenza circostante ma, anche, cerca di porsi come modello di un possibile percorso di approfondimento per la rigenerazione e la qualificazione dell’intero territorio del parco.

Il progetto cerca così di recuperare temi ed elementi delle permanenze che il paesaggio della campagna ancora difende, anche in spazi così prossimi al parco da costituire una testimonianza che non può non essere accolta fra i temi del progetto: la tessitura e la giacitura dei campi, i filari delle piantumazioni lungo percorsi e canali, i segni del terreno, il disporsi dei corpi di fabbrica delle cascine e delle attrezzature agricole, il fascino degli spazi conclusi fra le facciate degli edifici e il ricordo della loro vita, il respiro delle campagna che penetra nelle corti, l’apparente casualità delle rotazioni delle giaciture e la loro forza nel determinare il costruirsi dei frammenti del paesaggio della campagna….

Con la necessaria attenzione a quei fatti di novità che, non solo per la loro imponenza, determinano e costruiscono le scene e le quinte del progetto dell’area: l’Ospedale nuovo, il bacino all’ingresso del parco, l’accesso dal parcheggio di via Martin Luther King, quello da via Failoni verso le torri 1 e 2 dell’Ospedale, gli scorci e le viste verso Città alta, i colli, il Canto alto, il Misma, il Monte Linzone, Valcava, ma anche verso il traliccio delle ciminiere.

Il progetto dei padiglioni, la loro forma, la loro posizione, si generano così.

Nel disegno di una “realtà” possibile, motivata, profondamente legata al territorio circostante e con l’attenzione di rispondere correttamente alla complessità dei temi che il concorso assegna (spazio temporaneo per eventi, padiglione ristorante e bar, locale per manifestazioni pubbliche con affluenza limitata, sala corsi e fitness, spazi attrezzati all’aperto per la stagione estiva, dehors…. ma prima ancora: valorizzazione dei traguardi del paesaggio, colli di Bergamo, Monte Linzone, Città alta, il lago, il disegno e la qualificazione del verde, la costruzione di un sistema di relazioni chiare, l’accessibilità da via Failoni…).

Il progetto immagina quindi una corte aperta, due edifici, disposti in un ordine che si giustifica rispetto all’inclinazione della tessitura dei campi, costruisce e disegna uno spazio molteplice e articolato in relazione ai corpi di fabbrica che con la loro stessa presenza modificano la percezione e la natura dei luoghi. Lascia, il progetto, che il ricordo dei campi e del paesaggio agricolo, così come lo sguardo verso il paesaggio “nuovo” e le tessere incorniciate dei colli circostanti, costruiscano l’identità degli spazi, ne articolino le gerarchie, determinino le viste e gli affacci privilegiati (Città alta, il lago,….). E controlla, quasi in una rinuncia di se, che ciò che si definisce (…come fosse così da sempre) sia un modello per la realizzazione di percorsi di qualificazione del parco oltre che funzionale a rispondere alle richieste programmatiche del bando di Concorso.

Così i due edifici, un corpo principale, la casa colonica, e uno minore, un rustico, si dispongono in un disegno articolato, determinato ignorando la loro presenza, nel quale trovano spazio solo in relazione al contesto e alla funzione da assolvere. Al compito assegnato. Si collocano nel punto d’intersezione delle due diverse inclinazioni delle giaciture dei campi, che si generava proprio in prossimità dell’area di progetto, causata dal cambio di pendenza del terreno.

E solo così definiscono l’articolazione degli spazi e la loro ragione. La Corte principale, aperta come un ventaglio a guardare lo specchio d’acqua, disponibile all’accoglienza sia verso l’ingresso dal parcheggio di via Failoni sia da nord, da via Martin Luther King, una platea verso i Colli di Bergamo e Città Alta, spazio raccolto di relazione, ‘piazza’, punto di sosta e di riferimento del Parco. E l’aia, il sistema degli spazi rivolti verso la lontana quinta di Valcava, e l’area che verso ovest che si conclude, come ad evocare la vegetazione forestale tipica dell’alta pianura, in un boschetto di Ostrya carpinifolia, che maschera l’edificio dei servizi igienici.

E nello stesso modo, nelle stanze ‘chiuse’ degli edifici, dalle loro grandi vetrate, entrano i colori e le immagini del parco, il grigio delle colline lontane, l’azzurro del cielo e i colori delle stagioni, le mura della Città Antica, il monte Misma, il lago, le parti dell’Ospedale che si lasciano intravedere…. I frammenti del paesaggio e della composizione che li hanno determinati.

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La composizione dello spazio aperto – il progetto del verde

Il progetto del verde segue le linee delle vecchie giaciture dei campi e degli elementi del paesaggio agricolo. I due padiglioni diventano gli elementi di una cascina di campagna: la casa e il rustico, ma moderne e leggere lasciano protagonista il paesaggio agricolo fatto di campi, di boschi, aie. Le piazze, gli assi e i percorsi che disegnano gli spazi verdi sono figli dell’originaria giacitura dei campi agricoli. L’incontro di queste due linee diventa punto nevralgico del progetto dove si costruiscono i due padiglioni e prendono vita i luoghi di incontro.

Il primo spazio, quello d’ingresso, è costituito da una grande piazza formale, la corte, unico luogo del progetto disegnato dalle due giaciture.

La diagonale principale di rottura tra le due orditure è sottolineata da un muro vegetale, una spalliera potata in modo regolare di Carpinus betulus e un filare di Morus alba. La quinta vegetale prosegue l’architettura, rafforza la posizione longitudinale del padiglione e, celandolo allo sguardo, invita a scoprire ciò che nasconde.

Nell’aia un grande esemplare isolato di Juglans nigra occupa la scena, a guardia dell’edificio. Gli altri esemplari isolati di Quercus pubescens, Prunus cerasus e Juglans nigra, alberi grandi da ombra, raccontano dei grandi alberi che in passato, nei campi, offrivano l’ombra al riposo dei contadini lontani da casa, al pastore e al suo gregge. Queste piante con grande chioma avevano la sola funzione di rifugio temporaneo.

Oltre si estende la campagna fatta di tessere agricole, campi di grano richiamati dalle graminacee ornamentali Pennisetum cetaceum e Festuca glauca, di orti di aromatiche di Lavanda angustifolia, Rosmarius officinalis e Salvia officinalis e di filari di alberi da frutto di Pyrus calleryana, Morus nigra.

Oltre la campagna il bosco di Ostrya carpinifolia che ricorda l’associazione Querco-carpineto tipica della vegetazione forestale dell’alta pianura.

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L’architettura dei padiglioni – i principi

Il progetto del ‘sistema’ degli spazi e delle relazioni, la volontà di affermare un metodo, ha suggerito la scelta di un’architettura semplice, riconoscibile nelle dimensioni e nelle forme, costruita da geometrie semplici e rigorose, pareti ortogonali al terreno, tetto spiovente, proporzioni regolari, materiali semplici dell’architettura agricola e domestica, che privilegia la dimensione orizzontale, per distendersi fra le linee del paesaggio pianura.

La presenza di due diverse fabbriche, posizionate su giaciture diverse, ne fa una Corte. Con una geometria che non ha bisogno di spiegazione se non quella del riconoscimento dell’origine del disegno della campagna, che spiega del tempo e della necessità nei quali si costruivano i corpi delle cascine lombarde.

Quindi: due edifici semplici, fronti, una Corte, retri, un’aia, paesaggi accolti nella forma dello spazio e fra le ‘pareti vetrate’ delle stanze.

Le facciate semplici e i tetti spioventi a doppia falda ricordano un disegno quasi naif, infantile, di dimensione e forma immutata nella storia, un archetipo, ma giocano con evidenza con il tema dell’edificio rurale e della serra, nobilitano la forma del fienile, lo frantumano per assecondarlo alla funzione, alla necessità di spazi liberi, di terrazze, di liberare lo sguardo, ne scoprono la bellezza e la disponibilità della semplicità (terrazze, spazi a doppia altezza, murature, trasparenze…).

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Le funzioni

La presenza di due padiglioni distinti consente non solo di articolare lo spazio in luoghi diversi e organizzati, ma consente di rispondere al programma del Bando di Concorso e di arricchirlo nelle possibilità (usi differenziati nel tempo e nelle stagioni, contemporaneità di eventi e usi, pluralità della gestione,….).

Nella casa colonica trovano quindi posto ristorante, bar, pizzeria, terrazza, servizi igienici, spazio impianti e spogliatoi dipendenti. Nel rustico uno spazio libero polifunzionale dalla pianta libera, aula didattica, spazio corsi, feste, con servizio e piccolo deposito.

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Tecnologia e architettura

Le dimensioni dei due padiglioni sono rispettivamente di 243 metri quadrati il primo (27 x 9 metri) e di 54 metri quadrati il secondo (6 x 9metri ). Sono realizzati con struttura e rivestimenti montati interamente a secco e smontabili; le parti trasparenti sono: serramenti in acciaio scorrevoli e lastre di copertura in policarbonato alveolare e ondulato ad elevata resistenza termica. Non solo un riferimento esplicito alla tipologia della serra, ma anche il manifestarsi della provvisorietà, della possibilità di smontaggio e di interventi di modifica nel tempo, di adeguamento al mutare delle necessità.
La parti cieche sono invece realizzate in pannelli di Viroc (lastre di cemento/legno); la coibentazione è affidata ad una struttura composita in cartongesso e fibra di cellulosa. Il ripetersi ordinato di vuoti e di pieni, pur confusi dallo scorrere dei pannelli di chiusura in acciaio zincato, afferma, insieme al tema della serra, la memoria delle attrezzature per l’agricoltura, delle stalle e dei fienili. Un gioco dove gli svuotamenti in copertura, le doppie altezze, le lastre di copertura, i tralicci dei telai strutturali che si mostrano come i solidi resti di un decadimento, dichiarano con chiarezza le destinazioni, il gioco della composizione e i frammenti delle architetture di riferimento.
E sono le superfici trasparenti che caratterizzano e differenziano gli spazi. L’unitarietà rigorosa della geometria è immediatamente contraddetta dalle diverse superfici della copertura, che segnano le necessità dell’uso e stabiliscono una gerarchia nella quale all’assenza (alla trasparenza) è assegnato il compito di definire lo spazio delle sale lasciandosi oltrepassare.

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La grande sale del padiglione principale, il cuore della casa colonica verso il quale il disegno degli spazi aperti invita a muoversi, è un pezzo del parco; accetta le quinte del paesaggio e degli elementi compositivi del parco come il limite di sé. La doppia rifrazione che dall’esterno in qualche modo protegge l’edificio e che impedisce alla vista di attraversarlo svanisce nel momento stesso dell’accesso. Entrando si rende visibile, nelle cornici dei portali metallici, il paesaggio nascosto. Copertura e i serramenti diventano, la sera, superfici luminose: la luce ricompone la geometria che il progetto ha pensato e poi scomposto.
La distribuzione degli spazi interni si articola, per il padiglione principale, intorno all’openspace centrale; sui lati brevi si dispongono gli spazi servizio e le cucine.
Nel dettaglio, la sala centrale ha copertura trasparente a falde; lungo il lato del bar/ristorante un ribassamento cieco preannuncia la presenza di un solaio superiore; al centro della sala una scala elicoidale dichiara con forza l’esistenza del piano terrazza, realizzato sopra il locale cucina e magazzini; la terrazza è dominata e scandita dal permanere dello scheletro metallico dell’edificio.
Il progetto prevede, sia per la copertura trasparente sia per la terrazza, sistemi oscuranti motorizzati per controllare nelle stagioni la radiazione solare, in analogia ai sistemi di ombreggiamento utilizzati, anche per scopi opposti, per le serre, permettendo di regolare la temperatura interna (teli ombreggianti, dispositivi per il ricircolo e il deflusso dell’area lungo il colmo….)
Il rustico, l’edificio secondario, è invece un organismo semplice, sempre con tetto a doppia falda. Il ritmo dei serramenti a tutta altezza definisce il vuoto delle facciate, che proteggono un unico spazio a tutt’altezza. I serramenti con movimento a pacchetto si raccolgono su un lato lasciando la sala libera sul verde del parco, nella totale continuità tra lo spazio esterno e interno. La pianta è disponibile, flessibile (piccola palestra, riunioni, aula didattica, dehors, ricevimenti…), libera dallo spiacevole sovrapporsi di destinazioni d’uso che sono affidate al padiglione principale. E con un piccolo deposito e servizi igienici che la rendono autonoma.

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